Diventare insegnanti ai tempi de “La Buona Scuola”

Diventare insegnanti ai tempi de “La Buona Scuola”

Che cosa cambia e che cosa resta invariato rispetto alla riforma Gelmini.

All’interno della riforma chiamata “Buona Scuola”, presentata da Renzi nel 2014, sono indicate, fra le altre cose, le modalità con cui il Governo intende regolare il sistema dell’insegnamento per coloro che aspirano ad accedere alle graduatorie. Il progetto presentato dal Governo ha come obiettivo il progressivo svecchiamento del corpo docente, attraverso l’attuazione di un solido piano di formazione iniziale e un accesso “pilotato” all’insegnamento.

Attualmente il TFA (insegnament) è l’unico percorso possibile per ottenere l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, tuttavia la legge 107/2015 contiene una delega al governo finalizzata alla riforma del percorso di abilitazione e reclutamento dei docenti.

Di che cosa si tratta in concreto? Il testo riprende la linea già stabilita in precedenza dal ministro Gelmini: alla fine della laurea triennale lo studente può scegliere se continuare il percorso iniziato con il conseguimento della laurea magistrale, o se intraprendere la strada dell’insegnamento iscrivendosi ad un percorso magistrale pensato ad hoc per chi vuole insegnare. L’abilitazione e l’assunzione per concorso saranno collegati in un sistema coordinato, in cui i diversi momenti e percorsi formativi vengono delegati alle università e alle istituzioni scolastiche statali. Questo percorso, aperto a coloro che sono in possesso di un diploma di laurea magistrale, o di un diploma accademico di secondo livello per le discipline artistiche e musicali, programma la creazione di un sistema di concorsi nazionali per l’assunzione di docenti con contratto di tre anni per la formazione e l’apprendistato professionale. I vincitori del concorso saranno poi assegnati a un’istituzione scolastica o a una rete tra istituzioni scolastiche presso cui verrà svolto il tirocinio formativo. Il vincitore del concorso dovrà in primo luogo acquisire un diploma di specializzazione all’insegnamento secondario. Questo attestato può essere conseguito al termine di un corso della durata di un anno istituito dalle università, dalle istituzioni dell’alta formazione artistica e musicale o in convenzione con istituzioni scolastiche o loro reti. Il corso viene frequentato durante il primo anno del contratto triennale e il suo scopo è quello di completare la preparazione degli iscritti nell’ambito delle discipline afferenti alla classe concorsuale di appartenenza. Nei successivi due anni il vincitore del concorso deve effettuare tirocini formativi presso le scuole anche in sostituzione di docenti assenti.

Secondo quanto previsto da “La Buona Scuola”, con la riforma dell’abilitazione dovrebbe anche avvenire una riforma delle classi di concorso, una riforma attesa da molti aspiranti docenti e da molto tempo. Alcune classi di concorso verranno accorpate, altre saranno modificate ed aggiornate e infine 11 classi verranno aggiunte. Queste modifiche all’ordinamento sono indispensabili per uniformare i percorsi di abilitazione alle recenti modifiche dell’ordinamento.

Un discorso a parte va fatto per gli insegnanti di sostegno. È possibile accedere alla specializzazione in attività di sostegno didattico solo se si è già in possesso di altra abilitazione all’insegnamento.Corso AEC

La nuova riforma prevede dei cambiamenti molto consistenti, tra cui l’inserimento all’interno degli atenei di magistrali abilitanti. Fin qui, sembrerebbe un passo verso la modernizzazione, tuttavia occorre tenere a mente che ogni ateneo per poter attivare un nuovo corso di laurea  deve disporre di un preciso numero di docenti e di risorse da impiegare per l’erogazione della didattica di quello specifico corso di laurea. Oggi quasi tutti gli atenei sarebbero di fatto impossibilitati ad attivare questi nuovi corsi di laurea, a meno che non decidano di chiuderne altri già esistenti, con una riduzione pesantissima dell’offerta formativa, della qualità della didattica e della ricerca e, non per ultimo, del numero di studenti. Il rischio è che ancora una volta si stia dando vita ad un modello che poi difficilmente verrà concretizzato, generando ancora più caos di quanto già non esiste nel mondo della scuola e dell’insegnamento, con nuove situazioni di disparità e ancora più disagi in termini burocratici.

 

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