Sharing Welfare: come cambia il sistema sociale

Brand, business, vision.

La Sharing Economy è un modello economico basato su un insieme di pratiche di scambio di beni, che siano essi materiali o servizi. Alcune tra quelle più comuni attività che oggi sembrano un’abitudine, come affittare un appartamento su Airbnb o intraprendere un viaggio con BlaBlaCar, erano attività inesistenti. Da pochi anni a questa parte è entrato nel nostro quotidiano un modo differente di affrontare alcune tra le situazioni più scontate e si è fatta strada l’idea di ridurre i consumi, ormai fuori controllo nella nostra società. Tutte queste nuove attività hanno in comune un dato fondamentale: la messa in condivisione di risorse private (l’auto, la scrivania, la casa…), che forse fino a poco tempo fa venivano  condivise con amici, parenti e vicini, ma che ora, grazie all’avvento delle nuove piattaforme web, riescono a coinvolgere gruppi ampi di persone, anche e soprattutto estranee.

Il fenomeno della condivisione dei beni è talmente ampio e ha avuto una tale risonanza che Apple e Amazon, i colossi delle vendite, hanno recentemente ammesso che le persone dimostrano molta meno volontà di acquistare oggetti. Ciò che ha consentito la diffusione a largo raggio della nuova Sharing Economy sono proprio le condizioni materiali del vivere contemporaneo; il nuovo stile di vita è infatti basato sulla condizione di precarietà delle nuove generazioni. I free lance e i precari di tutto il mondo hanno visto negli strumenti della Sharing Economy il miraggio di un ammortizzatore sociale che gli stati nazionali liberali occidentali non vogliono più garantire. Questo lo testimoniano diversi studi. Nel 2012 Forbes pubblicava un report della stessa Airbnb in cui sosteneva che il 20% di chi affittava una casa a San Francisco era un free lance, il 12% era a part-time e il 7% era disoccupato. Il 42% degli affittuari di Airbnb di San Francisco usava le entrate derivanti dal servizio per integrare il bilancio quotidiano e il 56% le usava per pagarsi l’affitto o il mutuo. A fronte di una crisi economica che sembra non terminare mai e di modelli di business che non reggono più, la condivisione viene percepita come l’unica forma di economia possibile.

Anche in Italia l’economia della condivisione continua ad attrarre nuovi imprenditori e innovatori, ampliando sempre di più la sua fama. Il giro d’affari nel Belpaese va dallo 0,25 all’1% del Pil. Una cifra ancora bassa, in rapporto al clamore che questo tema riesce a scatenare, tuttavia un dato resta centrale: la Sharing Economy continua a muoversi anche nel nostro paese.

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Questo tipo di economia sembra all’apparenza perfetta e l’idea della condivisione appare come eticamente ottima. Tuttavia, esistono dei problemi a monte che riguardano il costo sociale di questa offerta più “a portata di mano”. Se per il consumatore la possibilità di affittare un appartamento o una macchina a pochi soldi è un sogno che si avvera, un po’ diversa è la condizione dell’affittuario che di fatto si ritrova a non avere garanzie. Il 22 ottobre è accaduto il primo sciopero nella storia della Sharing Economy: in varie città americane e a Londra uno sparuto gruppo di autisti di Uber ha spento la app ed è sceso in strada per protestare contro le paghe da fame, innalzando slogan come “15 ore di lavoro in cambio di bassi stipendi”. Si lamentano gli autisti di Uber, si lamentano i tassisti tradizionali, così come si lamentano gli albergatori. Questo è accaduto perché stiamo cominciando a fare l’errore di chiamare Sharing Economy anche ciò che di fatto non lo è e che può essere considerato più una realtà di “rental economy“, come il caso di Airbnb. Come sostiene l’economista Giorgos Kallis l’economia redditizia di Airbnb non è la stessa cosa della reale economia della condivisione rappresentata dai giardini urbani collettivi, banche del tempo, couchsurfing, dove gli utenti condividono realmente le loro risorse a fini di mutuo aiuto e soccorso, senza intermediazione monetaria e senza profitti. Sostiene Kallis: “La rental economy è l’inevitabile versione mercificata della sharing economy. Affittare non è condividere: dovrebbe essere regolato e tassato”.

Le questioni che ruotano intorno a questo nuovo tipo di economia sono sicuramente tante. È importante notare che il fatto che prestigiosi enti di ricerca e di formazione come SDA Bocconi già propongano percorsi formativi su questo tema è un altro indicatore della crescente rilevanza di un welfare che prova a ridefinirsi intorno al concetto di condivisione. Prima però di assegnare lo scettro a questa nuova realtà è utile approfondirne gli elementi di peculiari, in particolare focalizzando a quali situazioni si fa riferimento e soprattutto a quali conseguenze o implicazioni potrà dar vita.

 

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