Giorno: 4 novembre 2015

Stress da lavoro correlato: che cos’è e come prevenirlo

Image of confident colleagues looking at their boss at meeting

Lo stress da lavoro correlato è una forma di disagio che i lavoratori sperimentano nel momento in cui si trovano di fronte a “malfunzionamenti” aziendali che scaturiscono in una difficile gestione dei carichi di lavoro e delle impellenze organizzative. Lo stress da lavoro correlato rappresenta una delle principali sfide con cui bisogna confrontarsi nel campo della salute e della sicurezza, in quanto è una forma di disagio che ha ripercussioni non da poco sulle singole persone, ma anche sulle aziende e sull’economia in generale. Lo stress è quello stato che si accompagna a malessere e disfunzioni fisiche, psicologiche o sociali e che è conseguenza del fatto che le persone non si sentono in grado di superare i gap rispetto alle richieste o alle attese nei loro confronti . Lo stress da lavoro correlato è quella percezione di squilibrio percepita dal lavoratore quando le richieste dell’organizzazione e dell’ambiente circostante, eccedono le capacità individuali per fronteggiare tali richieste. Esiste un particolare tipo di stress che è sano e che in piccole quantità può fungere da stimolo e tirare fuori anche la parte migliore di noi in termini di potenzialità; tuttavia, quando ci troviamo in situazioni di stress prolungato, questo può diventare un fattore di rischio per la nostra salute, sia da un punto di vista psicologico che da quello fisico, riducendo l’attenzione e la concentrazione e facendoci perdere molto tempo sul lavoro.

Lo stress da lavoro correlato e il Burn Out sono due fenomeni anche se simili, che presentano delle profonde differenze: questo ultimo si presenta piuttosto come un fenomeno settorializzato, ovvero che riguarda prevalentemente quelle professioni in cui l’aiuto del prossimo è l’attività principale. Conosciuto già dagli anni ’70, questo fenomeno è quindi il risultato patologico di una componente di fattori di stress e di reazioni soggettive che colpisce solo quelle professioni rivolte ad aiutare altre persone (medici, infermieri, psicoterapeuti…) e che porta il soggetto a “bruciarsi” attraverso un meccanismo di eccessiva immedesimazione nei confronti degli individui oggetto della attività professionale, facendosi carico in prima persona dei loro problemi e non riuscendo quindi più a discernere tra la loro vita e quella propria.

Rilevare la presenza di sintomi da stress non è semplice. Occorre infatti procedere con un’analisi del contesto lavorativo che consente di capire se tali sintomi sono generati al suo interno o piuttosto provengono dall’esterno e quindi riguardano la vita privata del lavoratore. I sintomi e i segnali che denotano l’insorgenza dello stress possono essere raggruppati in diverse categorie:

  • Organizzativi;
  • Comportamentali;
  • Psicologici;
  • Fisici/psicosomatici

Una volta chiarito che i sintomi da stress sono correlati con il luogo di lavoro e non conseguenza di fattori esterni, è utile considerarli come un problema aziendale e non come una colpa individuale; in questo modo, i rischi psicosociali e lo stress possono essere gestibili come qualsiasi altro rischio per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro.

Che cosa si può fare per prevenire e gestire i rischi psicosociali?

Sono state prodotte, al momento, diverse linee guida per la valutazione aziendale del rischio connesso allo stress da lavoro correlato. Come si è già detto precedentemente, occorre ribadire che non si può procedere ad una valutazione che vada quindi a ricercare situazioni di stress nelle singole persone, ma di una valutazione che debba piuttosto rispecchiare una situazione dei diversi compartimenti aziendali in modo da riflettere eventuali situazioni di disagio localizzati per aree o reparti.
Potrebbe rivelarsi buono l’utilizzo, come prima fase di valutazione, di questionari o check-list, da somministrare ad un campione valido dei lavoratori di un’azienda, con l’obiettivo di individuare le aree potenzialmente soggette a rischio sulle quali concentrarsi per azioni di analisi o di correzione ulteriori.

Un esempio di un questionario tipo potrebbe elencare i seguenti indicatori:

  • Informazioni aziendali: dati sull’assenteismo, richieste di cambio mansione, dimissioni, assenze per malattia;
  • Personale: mansioni, tipologia di contratto, orario di lavoro, rapporti interpersonali (conflitti, discussioni);
  • Ambienti di lavoro: illuminazione, condizioni igieniche, livelli di sicurezza, temperature, spazi;
  • Fattori di rischio : esposizione a e presenza di determinati rischi quali rischio biologico, chimico, cancerogeno.

Rimane comunque importante, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda, agire per prevenire la sindrome da stress da lavoro correlato; prevenire il rischio e gestire il disagio sono doveri morali, un buon investimento per i datori di lavoro, ma soprattutto sono doveri giuridici, stabiliti dalla direttiva quadro 89/391/CEE e ribadito dagli accordi quadro tra le parti sociali sullo stress lavoro-correlato e sulle molestie e la violenza sul luogo di lavoro.

Minerva Sapiens propone un utile seminario di Self Coaching per chi volesse acquisire delle competenze in materia di prevenzione di stress e di fenomeni di burn out sul posto di lavoro. Sulla pagina web del Centro è possibile ricevere maggiori informazioni scaricando la scheda completa del seminario. http://www.minervasapiens.it/site/self-coaching-e-prevenzione-del-fenomeno-di-burn-out-nel-terzo-settore/?submit=Vai+alla+scheda

In medio stat virtus: rischi e vantaggi del consumo di carne rossa

Porchetta – gerollter Schweinebauch

Ultimamente si sta molto discutendo su quali siano gli effetti sul nostro corpo che potrebbe provocare un consumo eccessivo di carne rossa e di carne lavorata. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, “salsicce, prosciutto e carni rosse trattate possono causare il cancro”; nel mirino ci sarebbero quindi wurstel, carni in scatola, ma in parte anche la carne rossa ‘fresca’.

Sul sito dell’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) si cerca di prendere le distanze da ogni valutazione semplicistica e di poco spessore che la vicenda sta assumendo in questi giorni, e si cerca piuttosto di porre l’attenzione sul contesto in cui la carne può generare danni per la salute. Alla domanda “Le carni rosse fanno male alla salute?”, la risposta che l’AIRC dà è “DIPENDE”, scritto in caratteri maiuscoli. E continua: “Un consumo eccessivo di carni rosse, soprattutto di carni rosse lavorate (salumi, insaccati e carne in scatola), aumenta il rischio di sviluppare alcuni tumori. L’aumento del rischio è però proporzionale alla quantità e frequenza dei consumi, per cui gli esperti ritengono che un consumo modesto di carne rossa (una o due volte a settimana al massimo) sia accettabile anche per l’apporto di nutrienti preziosi (soprattutto vitamina B12 e ferro), mentre le carni rosse lavorate andrebbero consumate solo saltuariamente”. Ci tengono anche a specificare che un consumo modesto di carni rosse non aumenta in modo sostanziale il rischio di ammalarsi di cancro del colon-retto in individui a basso rischio di partenza, tuttavia può esistere un maggior rischio di insorgenza di diabete e di malattie cardiovascolari. Le persone che hanno, però, un elevato rischio individuale (sia per familiarità, sia per la concomitanza con altre patologie), dovrebbero concordare una dieta specifica con il medico, per valutare comunque quanto effettivamente sia utile ridurre la carne rossa o quanto essa possa apportare delle sostanze nutritive in realtà importanti per la loro salute.

Assumere la carne rossa con moderazione sarebbe il metodo più efficace per vivere in salute; questo perché la verità è che nessuno sa di preciso di quanto possa aumentare il rischio individuale di ammalarsi di cancro del colon se si consuma carne rossa. Un’analisi del 2011 condotta dal World Cancer Research Fund ha stimato che un consumo elevato di carni rosse aumenterebbe del 17% il rischio che un individuo si ammali di cancro del colon; tuttavia, si tratterebbe piuttosto di un rischio relativo, che va cioè rapportato al rischio reale (rischio assoluto) del singolo individuo.

Altre perplessità riguardanti le posizioni dell’OMS, sono state esternate anche da alcuni medici e specialisti del settore oncologico. Il professor Giovanni De Gaetano, direttore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed, durante il Convegno “Dieta mediterranea: dai prodotti molisani al progetto Moli-Sani”, organizzato a Campobasso nell’ambito delle iniziative “Expo e territori”, ha affermato: “Credo che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) abbia fatto degli errori di comunicazione, perché cancerogeno vuol dire che genera il cancro ma la carne non fa venire il tumore”. La carne “aumenta il rischio che, con altre situazioni, si possa verificare un fatto tumorale. Ma dare l’idea che A causa B – ha proseguito De Gaetano – è una falsa informazione. Il dato scientifico c’è, lo sappiamo anche noi e lo sappiamo dagli studi sulla dieta mediterranea: chi consuma carne frequentemente ha un rischio maggiore di malattie cardiovascolari o di tumori, ma questo non vuol dire che la carne provoca l’infarto o il cancro”.

Quello che probabilmente emerge da tutta questa situazione è che anche l’OMS attraverso il suo appello ha messo in chiaro come la dieta mediterranea sia un importante mezzo di difesa per la nostra salute e che negli ultimi anni si sia registrato uno scarso interesse verso il consumo degli alimenti che sono tipici di questo stile di vita. La cultura della dieta mediterranea deve necessariamente diffondersi e soprattutto radicarsi di più. È stato fatto un raffronto tra lo stile di vita dei cittadini prima e dopo l’inizio della crisi economica; si è constatato che effettivamente esiste un calo dei consumi di alimenti che “fanno bene” alla salute che va di pari passo con le condizioni economiche delle persone. In poche parole, e non si tratta di una novità, mangiare bene costa di più, sia in termini economici sia in termini di tempo. Seguire delle regole nel mangiare equivale a spendere del tempo e delle energie nella scelta dei cibi.

Come mangiare carne rossa in modo sicuro?

In primo luogo, occorre dare spazio a verdure e legumi, e riservare uno spazio moderato all’assunzione di carne. Una porzione di 100 grammi di carne, per tre volte a settimana, associata a delle verdure, è una assunzione del tutto salutare. Occorre poi scegliere i tagli migliori, quelli più magri: eliminare il grasso visibile prima della cottura e moderarsi nell’utilizzo del sale, sono i metodi migliori per un consumo di carne responsabile.

Niente allarmismi, spiegano gli esperti. È bene limitare il consumo di proteine animali e sostituire la carne rossa, quando possibile, con pollo o pesce, o meglio ancora con proteine vegetali come i legumi e la soia. Infine, vanno fortemente limitate, se non evitate, le carni lavorate come i salumi e quelle molto cotte e abbrustolite.

In generale tre quarti di ciò che mangiamo complessivamente dovrebbe essere costituito da cibi vegetali.