Mese: novembre 2015

L’importanza di rivolgersi ad un Assistente Familiare qualificato

L’importanza di rivolgersi ad un Assistente Familiare qualificato

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DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento: come affrontarli a scuola

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I DSA, o Disturbi Specifici dell’Apprendimento, sono disturbi che coinvolgono alcune abilità specifiche che devono essere acquisite da bambini e da ragazzi durante l’età scolare. Questi disturbi comportano la non autosufficienza durante il percorso scolastico, provocando una difficoltà di approccio specialmente nelle azioni che riguardano la lettura, la scrittura e il calcolo. I DSA si verificano generalmente in soggetti che hanno intelligenza almeno nella norma, con caratteristiche fisiche e mentali nella norma e capacità di imparare. Tuttavia, essendo colpiti nel vivo gli “strumenti” dell’apprendimento, questo non può essere messo in pratica con le tempistiche degli altri soggetti.

Affinchè i bambini e i ragazzi affetti da questi disturbi possano affrontare serenamente e proficuamente il loro percorso scolastico, è necessario che gli si presti un costante aiuto mirato e corretto. Attualmente questi alunni hanno il diritto all’insegnante di sostegno. Hanno però anche diritto, grazie alla legge 170/10 a strumenti didattici e tecnologici di tipo compensativo e in generale a misure dispensative, che permettano di sostituire il carico di studio con altri tipi di prove valutative adatte alla loro situazione. I DSA più solitamente riscontrati sono:

  • Dislessia
  • Disgrafia
  • Disortografia
  • Disturbo specifico della compitazione
  • Discalculia

In uno stesso soggetto si può verificare la concomitanza di più disturbi; si ritiene che abbiano la stessa origine di tipo neuropsicologico e solitamente hanno carattere ereditario.

In che modo si può aiutare concretamente un alunno affetto da DSA? Innanzitutto occorre conoscere alcuni aspetti delle difficoltà di apprendimento. I bambini soggetti a DSA hanno problemi con la memoria a breve termine, mentre, generalmente, hanno un’eccellente memoria a lungo termine. Pensando principalmente per immagini, hanno difficoltà a memorizzare elementi in sequenza (i mesi dell’anno, i giorni della settimana, le tabelline). Non hanno una buona percezione del tempo che scorre e scambiano la destra con la sinistra, hanno molte difficoltà motorie fini (come allacciarsi le scarpe e i bottoni, tenere la penna in mano). Apprendono rapidamente attraverso l’osservazione, la dimostrazione, la sperimentazione e gli aiuti visuali. Spesso sono molto vivaci e tendono a porre l’accento su ciò che sanno fare bene per sopperire alla mancanza di ciò che invece hanno difficoltà a fare. L’insegnante deve conoscere molto non solo delle capacità reali del bambino, ma anche della psicologia che guida i suoi atteggiamenti e deve partire dal presupposto che l’alunno non è incapace di apprendere, ma  che possiede una capacità di apprendimento “disturbata”. L’obiettivo principale a cui devono mirare genitori ed insegnanti è procedere in maniera costruttiva verso il tragitto dell’autonomia. Autonomia che per un alunno con DSA è spesso raggiungibile con uno sforzo emotivo non indifferente.

Come si è già detto in precedenza, affianco ad un atteggiamento dell’insegnante che sia attivo e propositivo, la legge prevede che lo studente possa usufruire di strumenti didattici compensativi ed essere esonerato da alcuni compiti, misura che viene indicata con il termine di  “dispensativa”. Sono strategie dispensative:

  • tempi maggiori per l’esecuzione dei compiti scritti, anche durante gli esami finali
  • possibilità di effettuare le verifiche oralmente
  • carico minore di attività
  • uso dei foglietti scritti e fotocopiati per fare scrivere i compiti ai bambini invece di copiarli dalla lavagna o di scriverli sotto dettatura
  • leggere a mente e non ad alta voce
  • valutazione delle prove scritte ed orali con modalità che tengano conto del contenuto e non della forma, non correggendo gli errori di tipo fonologico nella scrittura.

Tra gli strumenti compensativi si annoverano invece:

  • tabella delle misure e delle formule geometriche;
  • computer con programma di videoscrittura, correttore automatico, dotato di stampante o scanner;
  • calcolatrice o computer con foglio di calcolo;
  • vocabolario multimediale;
  • software didattici specifici.

Perché questi strumenti risultino efficaci è essenziale che ci sia una continua collaborazione tra la famiglia e l’insegnante, che dovrà comunicare ogni passo avanti dell’alunno, come è anche fondamentale il rapporto che lo studente con DSA crea con il resto della classe. È compito degli insegnanti favorire e promuovere una classe cooperativa ed inclusiva dedicando del tempo alla costruzione di relazioni significative e non giudicanti, alla valorizzazione dei diversi stili di apprendimento e della diversità in generale.

Per informare e aggiornare il personale docente sul delicato tema della disabilità a scuola il Centro di Formazione Minerva Sapiens propone un interessante corso dal titolo “L’inserimento scolastico degli alunni con disabilità: autismo, disabilità verbale, cognitiva e motoria. Relazione ed interazione attraverso l’uso della CAA”. Per maggiori informazioni, è possibile visitare il sito all’indirizzo www.minervasapiens.it.

 

Vaccini a scuola: chi è a favore, chi è contrario, i rischi, le polemiche e il piano di legge del Ministro Lorenzin

Portrait of young female scientist writing on clipboard with colleagues in background at laboratory

Da un po’ di giorni a questa parte si è innestata nel nostro Paese una forma di panico riguardo all’uso delle vaccinazioni. Questo delicato tema sta coinvolgendo non solo il mondo medico, ma si sta diffondendo anche tra le persone comuni soprattutto grazie all’utilizzo dei social network. Il fulcro intorno al quale si sta sviluppando il dibattito è il seguente: “I vaccini portano con sé dei rischi per la nostra salute?”. L’OMS ha definito i vaccini come la più importante scoperta medica mai effettuata dall’uomo. In poco più di un secolo dalla loro diffusione su larga scala si è potuto riscontrare come le vaccinazioni abbiano ridotto e in alcuni caso eliminato la diffusione di importanti e sottovalutate malattie, come il morbillo.

Di che cosa sono composti i vaccini? Il principio su cui si basano è semplice: attraverso la somministrazione di componenti caratteristiche di agenti patogeni, resi in precedenza innocui, si abitua il sistema immunitario a riconoscerli e a combatterli efficacemente. Quando questo “addestramento” del sistema immunitario viene effettuato su largo raggio, la sua protezione si rivela più efficace, dal momento che il sistema protettivo si moltiplica per ciò che viene definito “effetto gregge”. In sostanza, le vaccinazioni di massa, riducendo il numero di persone che vengono colpite dalla malattia, rendono nel contempo anche più difficile la propagazione dei microbi che ne sono responsabili. Per questo motivo negli ultimi giorni si sta facendo più forte la raccomandazione di vaccinare i propri figli e questo è stato il motivo razionale che ha portato le autorità sanitarie a disporre l’obbligo della vaccinazione per infezioni considerate di alto interesse pubblico. Una delle più efficaci e rilevanti è stata la vaccinazione di fine Ottocento contro il vaiolo, a cui fece seguito, nel 1939, quella contro la difterite. Il famoso pediatra Marcello Bernardi un giorno disse: “Vorrei avere una macchina del tempo per portare tutti quelli che si oppongono alle vaccinazioni in una clinica pediatrica del dopoguerra, come alla Melloni di Milano, dove io ho iniziato a lavorare: noi medici ci aggiravamo impotenti tra letti pieni di bambini ammalati di poliomielite o che morivano come mosche di difterite”.

Così come alcuni medici, anche alcuni genitori si sono fatti sentire sui social, promuovendo l’utilizzo dei vaccini. Alice Pignatti, insieme a Miriam Maurantonio, sono le ideatrici di un’interessante campagna di mobilitazione in favore delle vaccinazioni nei bambini. Lanciata da un gruppo di genitori iscritti alla pagina Facebook “Consigli da mamma a mamma”, l’iniziativa è subito diventata virale sui social network. La campagna #iovaccino è stata appoggiata anche da VaccinarSì, arrivando a coinvolgere medici e altri professionisti sanitari. Il clamore mediatico che si è generato è nato soprattutto dalle riflessioni di una madre, sorte quando sua figlia di pochi mesi si ammala di una malattia che credeva “debellata”, la pertosse.

Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha affermato: “Le vaccinazioni di massa sono l’unica difesa certa contro le malattie infettive. Non farle è un atto sconsiderato e ingiustificabile”. Ed ha aggiunto: “I genitori leggono su internet informazioni terroristiche senza fondamento tipo il legame tra antimorbillo e autismo. Si lasciano condizionare da falsità”. Molto utile è il documento presentato da Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, durante la 48esima edizione del Convegno della Siti, la Società Italiana di Igiene, Medicina preventiva e Sanità pubblica. Si tratta di un decalogo dei principi guida sulle vaccinazioni:

  1. Sicurezza–  I vaccini sono una delle tecnologie biomediche più sicure, perché vengono sperimentati e testati prima, durante e dopo la loro introduzione nella pratica clinica.
  2. Efficacia– I vaccini consentono di preservare la salute delle persone stimolando un’efficace protezione contro numerose malattie, evitando sintomi ed effetti dannosi, alcuni potenzialmente mortali.
  3. Efficienza– I vaccini sono tra le tecnologie più efficienti per il rapporto vantaggioso tra il loro costo e la loro efficacia.
  4. Organizzazione – I programmi di vaccinazione devono essere oggetto di attenta programmazione, da parte delle strutture sanitarie. Ogni individuo è tenuto a vaccinarsi in accordo alle strategie condivise a livello nazionale.
  5. Etica– Ogni operatore sanitario è eticamente obbligato ad informare, consigliare e promuovere le vaccinazioni in accordo alle più aggiornate evidenze scientifiche e alle strategie condivise a livello nazionale.
  6. Formazione continua medici –  Il personale sanitario e gli studenti in medicina e delle professioni sanitarie devono essere formati e aggiornati relativamente alla vaccinologia.
  7. Informazione–  I servizi sanitari sono ovunque chiamati a informare i cittadini e a proporre attivamente strategie vaccinali.
  8. Investimento– Alle vaccinazioni sono dedicate risorse economiche e organizzative stabili, programmate attraverso un’attenta e periodica pianificazione nazionale che identifichi le vaccinazioni prioritarie da inserire nel Piano nazionale prevenzione vaccinale che è un Livello essenziale di assistenza.
  9. Valutazione – L’impatto di un intervento vaccinale in termini di salute di una popolazione deve essere periodicamente valutato.
  10. Futuro – Deve essere favorita, con la collaborazione delle massime Istituzioni nazionali e delle società scientifiche, la ricerca e l’informazione scientifica indipendente sui vaccini.

Negli ultimi anni in Italia si è verificato un grosso calo delle vaccinazioni, scendendo addirittura sotto la soglia del 95%, soglia che assicura la migliore copertura della popolazione. Visto il rischio che questo stato di cose comporta, nel nuovo Piano promosso mediante l’accordo Stato-Regioni, è menzionata la possibilità di vietare l’entrata a scuola per i bambini a cui mancano i vaccini previsti nel calendario. Un altro riferimento è indirizzato a possibili sanzioni disciplinari nei confronti dei medici che non supportano il vaccino. La questione a questo punto sarà anche economica, visto che il piano vaccini costa circa 300 milioni di euro, comunque non pochi di fronte ad un aumento del fondo sanitario nazionale di un miliardo. Sergio Venturi, il coordinatore degli assessori alla Sanità, spiega: “E’ un piano molto ambizioso, contiene vaccini ulteriori, ci vorrà tempo per la piena applicazione. Abbiamo proposto, e il ministero è d’accordo, un tavolo di monitoraggio tra Regioni e ministero della Salute. Ora si tratta di applicare il Piano, valutando gli aspetti economici e le priorità da raggiungere”.

Obesità infantile: come prevenirla e favorire una sana alimentazione

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L’obesità infantile è uno dei problemi più rilevanti nelle società sviluppate. L’obesità può essere definita come un accumulo di tessuto adiposo in grado di aumentare consistentemente i rischi per la salute, tra cui malattie cardiovascolari, pressione alta, diabete e ipercolesterolemia; in età infantile questo è uno dei problemi più frequenti.

Come ogni patologia, l’obesità presenta dei problemi più o meno gravi che si ripercuotono sia sulla persona che sulla famiglia, e indirettamente sulla collettività. Da un punto di vista psicologico, l’obesità crea un disagio legato soprattutto all’autostima del bambino, che comincia ad assumere atteggiamenti di isolamento, modificazione del carattere e scarso impegno scolastico. Gli Stati Uniti sono uno dei luoghi al mondo ad avere il più alto numero di bambini e giovani adolescenti obesi. Qui circa il 15% dei bambini tra i 6 e i 11 anni è obeso, come lo è anche il 15,5% degli adolescenti tra i 12 e i 19 anni. L’Italia è tra i primi posti in Europa per numero di bambini obesi: si stima infatti che nel nostro paese circa il 20,9% dei bambini sia sovrappeso e che il 9,8% sia obeso. Tuttavia, dal 2008 ad oggi il numero dei bambini di 8-9 anni sovrappeso è diminuito, questo anche grazie all’incremento delle campagne di sensibilizzazione sulla buona alimentazione. Il fenomeno dell’obesità in età pediatrica è più marcato nelle regioni meridionali e in quelle centrali rispetto a quelle settentrionali.

Le cause dell’obesità sono tante e alcune differenti tra loro; alcune sono cause mediche, come il diabete infantile, ma la maggior parte sono legate ad una scorretta alimentazione e quindi attribuibili prevalentemente al comportamento dei genitori. Gli errori che generalmente commettono i genitori nella somministrazione del cibo ai figli sono vari. Il più comune, forse dovuto alla fretta o ai capricci del bambino, è la mancanza di una variazione delle pietanze presentate. Il risultato che si ottiene è che il bambino non impara a variare, si stanca di mangiare sempre le stesse cose, non mangia e si ritrova a nutrirsi fuori dai pasti in maniera disordinata e spesso di cibo spazzatura. Un altro errore abbastanza frequente che i genitori compiono è quello di lasciare che il bambino consumi bevande e cibi zuccherate in maniera disordinata, così come anche non favorire la buona abitudine della colazione nutriente al mattino. Negli ultimi anni anche l’attività sportiva ha lasciato troppo spazio alla tv che è diventata la protagonista del tempo libero dei bambini al ritorno da scuola.

Un rapporto OCSE 2010 ha rivelato come un approccio preventivo possa costituire un’ottima soluzione al problema dell’obesità: una prevenzione attiva e mirata rispetto alle singole fasce d’età potrebbe rappresentare un rimedio sia in termini di salute che in termini di costo sanitario. Quali sono i punti focali di un programma di prevenzione su larga scala?

  • È necessario correggere le abitudini quotidiane sbagliate fin da piccoli;
  • Occorre trasferire nei ragazzi i concetti di cibo sano e vita equilibrata;
  • È indispensabile diffondere l’idea che correggendo le abitudini sbagliate si permette ai ragazzi di crescere in maniera sana e consapevole.

In poche parole, occorre cominciare a cambiare la “cultura del cibo”. Ma poiché ancora risulta difficile pensare così in grande, si può cominciare ad affrontare il problema all’interno delle mura domestiche. La somministrazione di una semplice dieta al bambino, non si è rivelato un metodo sufficientemente efficace e a volte è addirittura controproducente. Occorre in questi casi cominciare un percorso comportamentale in cui il bambino non venga solo messo a dieta, ma cominci ad apprendere comportamenti finalizzati ad un corretto stile di vita, che gli consenta di perdere gradualmente peso. Attraverso una terapia di questo tipo, il bambino, oltre a dimagrire, ne trarrà benefici anche dal punto di vista psicologico in quanto, imparando ad autogestirsi, comincerà anche ad acquisire autostima.

Come si evince da una nota del ministero della Salute, risulta chiaro che “Gli stili di vita sono un determinante riconosciuto delle malattie croniche non trasmissibili ed hanno un forte impatto sulla salute. Attraverso Programmi (Guadagnare salute) e Piani nazionali (Piano Nazionale della Prevenzione) l’Italia ha rafforzato le azioni volte alla promozione di stili di vita sani, sviluppando con un approccio ‘intersettoriale’ interventi volti a modificare i comportamenti individuali non salutari e a creare condizioni ambientali che favoriscano corretti stili di vita. Sovrappeso ed obesità, in particolare per la diffusione tra i bambini, rappresentano una sfida rilevante per la sanità pubblica”.

 

Buona Scuola, è partito il programma di aggiornamento del personale docente con l’erogazione del bonus annuale di 500 euro

The audience listens to the acting in a conference hall

In questi ultimi mesi si sta molto discutendo del bonus di 500 euro che il 19 di ottobre hanno ricevuto circa 700 mila docenti di ogni ordine e grado per l’aggiornamento e l’autoformazione.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, il 22 settembre scorso hanno firmato il decreto che il Ministro Giannini ha entusiasticamente definito: “un altro impegno mantenuto”. Sempre il Ministro ha poi aggiunto: “Con la Buona Scuola la professione insegnante torna finalmente a essere valorizzata; dopo anni di mancate decisioni stiamo investendo risorse importanti e durature nel tempo: oltre ai fondi per la Carta, che ammontano complessivamente a 381 milioni all’anno, sono previsti 40 milioni l’anno, per la formazione in servizio e 200 milioni all’anno per la valorizzazione del merito. Si tratta di evidenti segnali di attenzione concreta da parte del Governo nei confronti dei docenti”. In concomitanza con questo decreto è partita anche la terza fase (o fase C) delle assunzioni dei docenti, che riguarda circa 55mila docenti destinati al “potenziamento” del sistema scolastico.

Come funziona il bonus? Ancora non sembra essere tutto proprio chiaro, soprattutto per quello che riguarda l’utilizzo di questi soldi. Ciò che viene specificato di per certo è che nel corso del 2016 ogni docente di ruolo verrà dotato di una Carta elettronica, con all’interno un ammontare di 500 €, che sarà utilizzata per l’acquisto di libri, corsi, software, hardware, ingressi a mostre, spettacoli ed eventi culturali utili per l’aggiornamento professionale. Qualora l’insegnante non dovesse spendere tutti i 500 euro in un anno, il residuo resterà nella carta, a disposizione per l’anno successivo.

I destinatari sono gli insegnanti di ruolo, i neo-assunti, ma sono rimasti esclusi i supplenti annuali: a tal proposito si è già espressa l’Anief, che ha minacciato di procedere con un ricorso perché anche questi ultimi possano usufruire di questa opportunità.

I docenti potranno spendere i soldi per l’acquisto di strumenti in grado di aggiornare la loro formazione professionale. Secondo quanto descritto nel comma 121 della legge 107, detta anche “La Buona scuola”, i 500 euro potranno essere così spesi:

  1. acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale, di pubblicazioni e di riviste comunque utili all’aggiornamento professionale,
  2. acquisto di hardware e software,
  3. iscrizione a corsi per attività di aggiornamento e di qualificazione delle competenze professionali, svolti da enti accreditati presso il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca
  4. iscrizione a corsi di laurea, di laurea magistrale, specialistica o a ciclo unico, inerenti al profilo professionale,
  5. iscrizione a corsi post lauream o a master universitari inerenti al profilo professionale,
  6. partecipazione a rappresentazioni teatrali e cinematografiche, per l’ingresso a musei, mostre ed eventi culturali e spettacoli dal vivo
  7. per iniziative coerenti con le attività individuate nell’ambito del piano dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione.

Al comma 126 la suddetta legge sancisce che è stato istituito un fondo di circa 24mila euro per ogni istituto scolastico, al fine di ottenere la valorizzazione del merito del personale docente. L’obiettivo del governo è quello di potenziare il merito di ogni singolo docente di ruolo, di qualsiasi ordine o grado di scuola, incluso il personale di sostegno.

Gli insegnanti che hanno visto accreditarsi sul conto il bonus in denaro dovranno dimostrare, scontrini alla mano, ed entro la fine di agosto 2016, di aver effettivamente speso questi soldi per acquistare uno di questi beni o servizi. A tal fine, dovranno presentare tutta la documentazione inerente alla spesa del bonus attraverso le ricevute degli acquisti. Ciò che non dovesse essere considerato valido o che dovesse oltrepassare la soglia massima consentita, verrà automaticamente sottratto dalla successiva emanazione del bonus.

Il governo ha stabilito che l’ammontare totale dei soldi destinati al progetto di aggiornamento, ovvero 381 milioni di euro circa, dovrà essere complessivamente speso entro l’anno.

Stress da lavoro correlato: che cos’è e come prevenirlo

Image of confident colleagues looking at their boss at meeting

Lo stress da lavoro correlato è una forma di disagio che i lavoratori sperimentano nel momento in cui si trovano di fronte a “malfunzionamenti” aziendali che scaturiscono in una difficile gestione dei carichi di lavoro e delle impellenze organizzative. Lo stress da lavoro correlato rappresenta una delle principali sfide con cui bisogna confrontarsi nel campo della salute e della sicurezza, in quanto è una forma di disagio che ha ripercussioni non da poco sulle singole persone, ma anche sulle aziende e sull’economia in generale. Lo stress è quello stato che si accompagna a malessere e disfunzioni fisiche, psicologiche o sociali e che è conseguenza del fatto che le persone non si sentono in grado di superare i gap rispetto alle richieste o alle attese nei loro confronti . Lo stress da lavoro correlato è quella percezione di squilibrio percepita dal lavoratore quando le richieste dell’organizzazione e dell’ambiente circostante, eccedono le capacità individuali per fronteggiare tali richieste. Esiste un particolare tipo di stress che è sano e che in piccole quantità può fungere da stimolo e tirare fuori anche la parte migliore di noi in termini di potenzialità; tuttavia, quando ci troviamo in situazioni di stress prolungato, questo può diventare un fattore di rischio per la nostra salute, sia da un punto di vista psicologico che da quello fisico, riducendo l’attenzione e la concentrazione e facendoci perdere molto tempo sul lavoro.

Lo stress da lavoro correlato e il Burn Out sono due fenomeni anche se simili, che presentano delle profonde differenze: questo ultimo si presenta piuttosto come un fenomeno settorializzato, ovvero che riguarda prevalentemente quelle professioni in cui l’aiuto del prossimo è l’attività principale. Conosciuto già dagli anni ’70, questo fenomeno è quindi il risultato patologico di una componente di fattori di stress e di reazioni soggettive che colpisce solo quelle professioni rivolte ad aiutare altre persone (medici, infermieri, psicoterapeuti…) e che porta il soggetto a “bruciarsi” attraverso un meccanismo di eccessiva immedesimazione nei confronti degli individui oggetto della attività professionale, facendosi carico in prima persona dei loro problemi e non riuscendo quindi più a discernere tra la loro vita e quella propria.

Rilevare la presenza di sintomi da stress non è semplice. Occorre infatti procedere con un’analisi del contesto lavorativo che consente di capire se tali sintomi sono generati al suo interno o piuttosto provengono dall’esterno e quindi riguardano la vita privata del lavoratore. I sintomi e i segnali che denotano l’insorgenza dello stress possono essere raggruppati in diverse categorie:

  • Organizzativi;
  • Comportamentali;
  • Psicologici;
  • Fisici/psicosomatici

Una volta chiarito che i sintomi da stress sono correlati con il luogo di lavoro e non conseguenza di fattori esterni, è utile considerarli come un problema aziendale e non come una colpa individuale; in questo modo, i rischi psicosociali e lo stress possono essere gestibili come qualsiasi altro rischio per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro.

Che cosa si può fare per prevenire e gestire i rischi psicosociali?

Sono state prodotte, al momento, diverse linee guida per la valutazione aziendale del rischio connesso allo stress da lavoro correlato. Come si è già detto precedentemente, occorre ribadire che non si può procedere ad una valutazione che vada quindi a ricercare situazioni di stress nelle singole persone, ma di una valutazione che debba piuttosto rispecchiare una situazione dei diversi compartimenti aziendali in modo da riflettere eventuali situazioni di disagio localizzati per aree o reparti.
Potrebbe rivelarsi buono l’utilizzo, come prima fase di valutazione, di questionari o check-list, da somministrare ad un campione valido dei lavoratori di un’azienda, con l’obiettivo di individuare le aree potenzialmente soggette a rischio sulle quali concentrarsi per azioni di analisi o di correzione ulteriori.

Un esempio di un questionario tipo potrebbe elencare i seguenti indicatori:

  • Informazioni aziendali: dati sull’assenteismo, richieste di cambio mansione, dimissioni, assenze per malattia;
  • Personale: mansioni, tipologia di contratto, orario di lavoro, rapporti interpersonali (conflitti, discussioni);
  • Ambienti di lavoro: illuminazione, condizioni igieniche, livelli di sicurezza, temperature, spazi;
  • Fattori di rischio : esposizione a e presenza di determinati rischi quali rischio biologico, chimico, cancerogeno.

Rimane comunque importante, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda, agire per prevenire la sindrome da stress da lavoro correlato; prevenire il rischio e gestire il disagio sono doveri morali, un buon investimento per i datori di lavoro, ma soprattutto sono doveri giuridici, stabiliti dalla direttiva quadro 89/391/CEE e ribadito dagli accordi quadro tra le parti sociali sullo stress lavoro-correlato e sulle molestie e la violenza sul luogo di lavoro.

Minerva Sapiens propone un utile seminario di Self Coaching per chi volesse acquisire delle competenze in materia di prevenzione di stress e di fenomeni di burn out sul posto di lavoro. Sulla pagina web del Centro è possibile ricevere maggiori informazioni scaricando la scheda completa del seminario. http://www.minervasapiens.it/site/self-coaching-e-prevenzione-del-fenomeno-di-burn-out-nel-terzo-settore/?submit=Vai+alla+scheda

In medio stat virtus: rischi e vantaggi del consumo di carne rossa

Porchetta – gerollter Schweinebauch

Ultimamente si sta molto discutendo su quali siano gli effetti sul nostro corpo che potrebbe provocare un consumo eccessivo di carne rossa e di carne lavorata. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, “salsicce, prosciutto e carni rosse trattate possono causare il cancro”; nel mirino ci sarebbero quindi wurstel, carni in scatola, ma in parte anche la carne rossa ‘fresca’.

Sul sito dell’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) si cerca di prendere le distanze da ogni valutazione semplicistica e di poco spessore che la vicenda sta assumendo in questi giorni, e si cerca piuttosto di porre l’attenzione sul contesto in cui la carne può generare danni per la salute. Alla domanda “Le carni rosse fanno male alla salute?”, la risposta che l’AIRC dà è “DIPENDE”, scritto in caratteri maiuscoli. E continua: “Un consumo eccessivo di carni rosse, soprattutto di carni rosse lavorate (salumi, insaccati e carne in scatola), aumenta il rischio di sviluppare alcuni tumori. L’aumento del rischio è però proporzionale alla quantità e frequenza dei consumi, per cui gli esperti ritengono che un consumo modesto di carne rossa (una o due volte a settimana al massimo) sia accettabile anche per l’apporto di nutrienti preziosi (soprattutto vitamina B12 e ferro), mentre le carni rosse lavorate andrebbero consumate solo saltuariamente”. Ci tengono anche a specificare che un consumo modesto di carni rosse non aumenta in modo sostanziale il rischio di ammalarsi di cancro del colon-retto in individui a basso rischio di partenza, tuttavia può esistere un maggior rischio di insorgenza di diabete e di malattie cardiovascolari. Le persone che hanno, però, un elevato rischio individuale (sia per familiarità, sia per la concomitanza con altre patologie), dovrebbero concordare una dieta specifica con il medico, per valutare comunque quanto effettivamente sia utile ridurre la carne rossa o quanto essa possa apportare delle sostanze nutritive in realtà importanti per la loro salute.

Assumere la carne rossa con moderazione sarebbe il metodo più efficace per vivere in salute; questo perché la verità è che nessuno sa di preciso di quanto possa aumentare il rischio individuale di ammalarsi di cancro del colon se si consuma carne rossa. Un’analisi del 2011 condotta dal World Cancer Research Fund ha stimato che un consumo elevato di carni rosse aumenterebbe del 17% il rischio che un individuo si ammali di cancro del colon; tuttavia, si tratterebbe piuttosto di un rischio relativo, che va cioè rapportato al rischio reale (rischio assoluto) del singolo individuo.

Altre perplessità riguardanti le posizioni dell’OMS, sono state esternate anche da alcuni medici e specialisti del settore oncologico. Il professor Giovanni De Gaetano, direttore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’Irccs Neuromed, durante il Convegno “Dieta mediterranea: dai prodotti molisani al progetto Moli-Sani”, organizzato a Campobasso nell’ambito delle iniziative “Expo e territori”, ha affermato: “Credo che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) abbia fatto degli errori di comunicazione, perché cancerogeno vuol dire che genera il cancro ma la carne non fa venire il tumore”. La carne “aumenta il rischio che, con altre situazioni, si possa verificare un fatto tumorale. Ma dare l’idea che A causa B – ha proseguito De Gaetano – è una falsa informazione. Il dato scientifico c’è, lo sappiamo anche noi e lo sappiamo dagli studi sulla dieta mediterranea: chi consuma carne frequentemente ha un rischio maggiore di malattie cardiovascolari o di tumori, ma questo non vuol dire che la carne provoca l’infarto o il cancro”.

Quello che probabilmente emerge da tutta questa situazione è che anche l’OMS attraverso il suo appello ha messo in chiaro come la dieta mediterranea sia un importante mezzo di difesa per la nostra salute e che negli ultimi anni si sia registrato uno scarso interesse verso il consumo degli alimenti che sono tipici di questo stile di vita. La cultura della dieta mediterranea deve necessariamente diffondersi e soprattutto radicarsi di più. È stato fatto un raffronto tra lo stile di vita dei cittadini prima e dopo l’inizio della crisi economica; si è constatato che effettivamente esiste un calo dei consumi di alimenti che “fanno bene” alla salute che va di pari passo con le condizioni economiche delle persone. In poche parole, e non si tratta di una novità, mangiare bene costa di più, sia in termini economici sia in termini di tempo. Seguire delle regole nel mangiare equivale a spendere del tempo e delle energie nella scelta dei cibi.

Come mangiare carne rossa in modo sicuro?

In primo luogo, occorre dare spazio a verdure e legumi, e riservare uno spazio moderato all’assunzione di carne. Una porzione di 100 grammi di carne, per tre volte a settimana, associata a delle verdure, è una assunzione del tutto salutare. Occorre poi scegliere i tagli migliori, quelli più magri: eliminare il grasso visibile prima della cottura e moderarsi nell’utilizzo del sale, sono i metodi migliori per un consumo di carne responsabile.

Niente allarmismi, spiegano gli esperti. È bene limitare il consumo di proteine animali e sostituire la carne rossa, quando possibile, con pollo o pesce, o meglio ancora con proteine vegetali come i legumi e la soia. Infine, vanno fortemente limitate, se non evitate, le carni lavorate come i salumi e quelle molto cotte e abbrustolite.

In generale tre quarti di ciò che mangiamo complessivamente dovrebbe essere costituito da cibi vegetali.